Billo e Bullo

Il proprietario della villetta gialla controllò tutte le finestre del primo piano, controllò che tutte le porte interne fossero chiuse, scese nella sala hobby e uscì a controllare il garage. Infine fece il giro esterno della villa per andare ad attivare gli allarmi secondari. Nevicava, e prima di rientrare in casa si pulì le scarpe sullo zerbino. Entrando ebbe cura di non fare uscire Billo, un barboncino bianco, e Bullo, il suo grosso pitbull, si tolse i guanti e digitò il codice segreto per attivare l’allarme generale. Billo gli scodinzolò attorno, nella speranza di essere invitato.
«No Billo, stai a cuccia.» Lo carezzò con due mani. «Oggi restate a casa, al caldo. Vi ho già riempito le ciotole. Su, indietro, indietro, fammi chiudere la porta. Così, bravo.»
L’uomo salì in macchina, aprì il cancello con il telecomando, guidò fin sulla strada, attese che il cancello si richiudesse del tutto e partì.
Nascosto tra gli alberi del bosco dall’altra parte della strada, il vecchio Costantin aspettò che l’auto superasse la prima curva. Si aggiustò la sacca sulla spalla, si coprì la testa con il cappuccio del giubbotto e si avviò verso la villetta gialla.
La neve cadeva intensa, da far venire voglia di ubriacarsi davanti a un fuoco. Appena dentro avrebbe cercato da bere, prima ancora dei soldi. Scavalcò il muro della villetta e attraversò il giardino innevato. Seguì le pareti esterne fino alla cassetta del quadro elettrico. Si tolse la sacca dalle spalle e si inginocchiò. Estrasse un cacciavite, una forbice, un power bank rosso e un tester. Forzò lo sportello del quadro elettrico, spellò i cavi e con i morsetti del tester li testò uno ad uno, finché trovò quelli con la tensione elettrica maggiore, quelli che stavano dando corrente all’impianto d’allarme. Se li avesse tagliati il sistema avrebbe lanciato un allarme GPS. Costantin sputò nella neve, ringraziò la dittatura della Romania sotto la quale era cresciuto e la scuola da elettricisti nella quale aveva studiato. Collegò i cavi al power bank, li sconnesse dall’antifurto generale e tagliò il resto dei cavi.
“Il power bank reggerà dieci minuti al massimo.”
Adesso poteva forzare la finestra ed entrare in casa. Decise di scardinare la porta finestra che dava sull’ampio giardino, dal sacco estrasse un piede di porco, ne ficcò la punta alla base e fece forza fino a fare uscire un’anta dai cardini. La scostò e, sempre con il piede di porco, mandò in frantumi il vetro della finestra interna, allungò la mano fino alla maniglia e, attento a non ferirsi sui vetri rotti, aprì la finestra. L’odore estraneo della casa lo bloccò, si sentì agitato. Riconobbe l’odore di cane, prima ancora di vedere un piccolo barboncino bianco avvicinarglisi silenzioso, incuriosito.
Il barboncino era diffidente, lo annusò da lontano. Ma un grosso pitbull gli saltò addosso, lo scaraventò contro la finestra, cadde tra le schegge dei vetri. Si trascinò verso il giardino, si ferì le mani sui vetri. Vedeva il muro di cinta, ma il pitbull gli stava sopra la schiena, il barboncino gli mordeva un polpaccio. Afferrò il piede di porco, si girò per difendersi e il pitbull lo azzannò alla gola.
Bullo lo trascinò nella neve dimenando la testa a scatti, gli lacerò la trachea e lo lasciò, solo per cercare di addentargli la faccia intera. I denti di Bullo incisero le ossa del cranio, mentre Billo annusava il sangue. Bullo ringhiò a Billo.
La batteria del power bank esaurì la sua carica, l’allarme scattò e la sirena lanciò il suo ululato in tutta la vallata. Billo abbaiò verso l’alto, verso la neve che cadeva silenziosa. Bullo continuò a mordere e a scarnificare.

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