Il tenente drogo e il deserto dei tartari

Nel romanzo Il deserto dei tartari del 1940, Dino Buzzati ci racconta in modo esemplare come il protagonista del romanzo, il tenente Giovanni Drogo, trascorrerà l’intera sua esistenza in una condizione di ininterrotto allarme, sotto la minaccia di un attacco da parte di nemici che non ha mai visto e mai vedrà.
Nel romanzo il tenente Drogo presta servizio nella Fortezza Bastiani, un avamposto ai margini di un deserto dal quale ci si aspetta che, l’esercito dei tartari, possa sferrare un attacco da un momento all’altro.
Drogo trascorrerà trent’anni in questa attesa, nella segreta speranza di poter fronteggiare l’esercito nemico, combattere i tartari, diventare un eroe e dare così un senso alla sua esistenza. Invece si ammalerà, e morirà solo, in una locanda anonima, senza mai aver sparato un sol colpo.
Tra i molti significati letterali, in questo prezioso romanzo troviamo anche una metafora che ci mostra chiaramente come, un uomo preparato ad affrontare un nemico proveniente dall’esterno, non potrà mai difendersi da un male che, invece, cresce all’interno di se stesso.

In genere crediamo che le nostre paure si alleviano con apparati militari, strategie di intelligence e altro ancora. Raramente, invece, si è preparati a combattere un nemico interno, o una malattia, un virus, una idea sbagliata. Con il risultato che, aspettandoci solo nemici dall’esterno (una ingenuità che ritroviamo spesso nella storia dell’umanità) lasciamo incustodito il nostro più sacro regno interiore.

Per alcuni potrebbe sembrare una esagerazione affermare che i nemici più duri albergano dentro di noi. Eppure contro il male usiamo ancora armi inadeguate, puntate nella direzione sbagliata. E il male, come un virus, è alla continua esplorazione di una falla qualsiasi, per penetrare in quella zona indifesa dove impiantare il suo primo “eroico” virione.

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